giovedì 17 novembre 2011

Tutto quello che non c'è, Pantaleone.


C’era un tappeto di fiori profumati. L’aria era pregna di fragranze fresche e giovani, o forse no.
Forse non c’era neppure un suolo definito.
Ricordo persone, volti e sussurri, una tavolata lunga e in festa; l’armonia perfetta che però stonava nascendo.
Era tutto vero, o forse no; probabilmente era solo il sogno che stavo seguendo.
Quella intorno al tavolo era la mia famiglia; ero presente ma guardavo con i miei occhi, diversamente da come di solito accade nei sogni.
Non ricordo sole o pioggia o nuvole. La luce naturale e neutrale del giorno correva sulle ore, sui secondi del sogno.
Tutto intorno frammenti di luoghi reali e conosciuti componevano uno scenario nuovo, sconosciuto ma tuttavia famigliare; niente di anormale, però strano, diverso dal solito.
C’era anche chi non avrebbe dovuto essere presente, accolto con piacere, atteso, ma fuori tempo, aritmico rispetto alla melodia.
La carne intatta, sana, forte e piena di vita, al posto di legno e vermi e lacrime.
Tutti parlavano e tutti potevano esprimere quello che il cuore registrava. La mia voce però moriva in gola e i miei muti sorrisi restavano chiusi sul volto, senza interagire con nessuno.
I tuoi occhi dentro i miei, un solo sguardo legato dall’amore.
Amore vissuto, amore desiderato, sperato, amore rimpianto, l’amore del sangue dei padri che scorre nelle vene dei figli, della discendenza.
Era tutto il necessario per svegliarsi con il sorriso sul volto, per iniziare una nuova giornata con il sapore agrodolce del ricordo.
Ma non sarebbe stato un sogno impresso nella mente senza la svolta.
Da quello sguardo le mie parole cercavano una strada per evadere dal tempo perso e dalle impossibilità del tuo cuore fermo.
Ma le parole non uscivano; mi bastava sorridere, piangere e reggere quello sguardo fermo per sapere che tutto quello che provavo ti stava salendo sulla pelle per arrivare ai tuoi pensieri.
Leggevo nei tuoi occhi le mie tacite parole e questo mi bastava, finalmente dopo anni riuscivo ad esaudire i miei propositi.
Anche attraverso uno sguardo comprensivo di risposta potevo sentirmi sazio e ripagato.
Ma da tuo sguardo s’incrinava la superficie del momento perfetto, e mentre tutt’intorno chi ci amava continuava a ridere e vivere, d’improvviso nel tuo sguardo una fitta atroce di dolore.
La mia gola bruciava nel tentativo di parlare al tuo sguardo e chiedere quale fosse l’origine di quel male, fisico e mentale, che ti contorceva il viso.
Non udendo più nulla sentivo nel cuore il tuo respiro corto e veloce, i sospiri rotti dalla fatica e i rantoli della vita che ingiustamente si stappava ancora una volta dal tuo desiderio di restare, o dal mio desiderio di starti ancora vicino, di averti, di pretenderti a guidare la tua prole.
Dalla gola ancora niente, solo angoscia che cresceva a soffocare il contesto gioioso di un attimo prima.
Gli altri ridevano ancora, vedevano solo una sedia vuota nella tua persona e non s’accorgevano del mio male, che rispecchiava la tua pena.
Solo crescente paura e la consapevolezza che quel sogno costava caro al mio desiderio.
Mi sarei svegliato al culmine della tristezza, quando nel corpo avrei trovato fisicamente difficoltà a respirare e a contenere il cuore nel petto.
Forse lo sai, o forse no.
Il tuo sguardo mi guidava verso la pace, poi verso la vergogna e verso la paura più pura.
Voglio scriverlo sulla carta, voglio sognarlo, voglio liberarmi e voglio trovarti e saperti in pace.
Voglio dirti che mi manchi, davvero, e voglio dirti che ti voglio bene.

1 commento:

andre.mela ha detto...

C’era un tappeto di fiori profumati. L’aria era pregna di fragranze fresche e giovani, o forse no.